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sabato 27 gennaio 2018

"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario" Primo LeviIl Giorno della Memoria

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria istituito per ricordare tutte le vittime del Nazismo, il regime dittatoriale che si affermò in Germania negli anni Trenta con a capo Adolf Hitler. E’ stata scelta questa data perché il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa abbattè i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, liberando i pochi sopravvissuti e mostrando al mondo l’orrore.
La politica di Hitler si fondava sul razzismo, cioè sulla teoria che la razza germanica fosse superiore alle altre. Per questo, ma anche per motivi economici, venne organizzata la persecuzione degli Ebrei, ritenuti appartenenti a una razza inferiore.
La persecuzione contro gli ebrei cominciò ufficialmente nel 1935 con l’emanazione delle leggi razziali, chiamate anche Leggi di Norimberga.
Gli ebrei furono proclamati per legge “razza inferiore”, furono espulsi dalle scuole di Stato, privati della patente di guida e non poterono più entrare nei locali pubblici, né sposarsi con gli ariani.
Sui treni dovevano viaggiare in scompartimenti separati; a migliaia furono cacciati dai posti di lavoro e i loro negozi furono chiusi. Dal 1935 la campagna antisemita fu seguita da una serie di azioni concrete: prima i negozi ebrei vennero “segnalati” con la scritta Jude e la stella di David, poi vennero distrutti, come accadde nella “notte dei cristalli”. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, in Germania furono infrante le vetrine dei negozi di proprietà ebraica, furono incendiate case e sinagoghe e furono uccisi o arrestati tantissimi ebrei.
Subito dopo una raffica di leggi razziali durissime colpì ebrei, zingari, portatori di handicap e malati di mente. A tutti costoro la vita fu resa impossibile: cominciarono le deportazioni nei lager, organizzati all’inizio come campi di lavoro per l’industria bellica alla quale la manodopera tedesca non bastava più.
Nel 1941 quando l’intero mondo era in guerra, i nazisti decisero di procedere alla eliminazione degli ebrei che si trovavano nei territori sottoposti in quel periodo al loro dominio.
Questa operazione fu chiamata “soluzione finale”. Sei milioni di ebrei furono deportati nei campi di sterminio dove dopo inenarrabili sofferenze, furono eliminati nelle camere a gas e nei forni crematori . Erano vecchi, giovani, donne, bambini: intere famiglie che arrivavano nei campi di concentramento dopo viaggi allucinanti in vagoni piombati dove venivano accatastati per giorni senza cibo, né acqua, né servizi igienici. Gente come noi che, subito dopo l’arrivo, veniva separata dai suoi cari e poi completamente privata della sua identità: spogliata, rapata a zero, rivestita di un pigiama a righe, marchiata a fuoco sul braccio con un numero. Ci fu chi morì quasi subito e chi resistette per mesi. I letti nelle baracche erano tavolacci a castello in cui dormivano dalle tre alle sei persone. Nel filo spinato delle recinzioni passava una corrente fulminante e molti ci si buttavano sopra per smettere di soffrire. La maggioranza degli internati era addetta a lavori pesantissimi e quelli arrivati all’esaurimento, venivano avviati a “fare una doccia”. Dalle docce però non usciva l’acqua ma un gas che li portava alla morte.
Sei milioni di ebrei entrarono nei lager e circa sei milioni morirono.
Anche in Italia, alleata della Germania, nel 1938 furono emanate le leggi razziali e tantissimi ebrei italiani furono deportati nei campi di sterminio. Pochissimi riuscirono a sopravvivere e trovarono il coraggio di raccontare le sofferenze e l’orrore che avevano visto con i loro occhi. Tra questi lo scrittore torinese Primo Levi il quale, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, riuscì a sopravvivere grazie alla sua conoscenza del tedesco e alla sua attività di chimico presso il laboratorio del campo. Primo Levi ci ha lasciato una preziosa testimonianza. Il suo libro più famoso Se questo è un uomo nacque dal bisogno di liberarsi dal peso di un ricordo e da un dovere morale e civile di testimonianza. Il libro si apre con una poesia che porta lo stesso titolo del libro. In essa Primo Levi descrive la condizione disumana a cui i prigionieri erano ridotti e ci ammonisce a ricordare e riflettere affinché non si ripetano esperienze simili. La scuola ha il compito di tenere vivo il ricordo di quanto è accaduto in quegli anni perchè la Memoria è il migliore antidoto contro ogni forma di razzismo. 
Classe 3° A Odonto